A loro il tentativo di chiudermi ametà / estratto

Le quattro del mattino. Sorseggio una camomilla così che passino questi dolori, mi distendo nuovamente sul letto, bevo, sudo, penso: cos’è stato? Continuo a fumare, non ci penso: nei fogli per terra riconosco tutte le cancellature, impronte che mi lascio dietro. Bussano alla porta e sono scalzo, coi piedi sudati, che abbasso la maniglia: «Chi è?»
«Decimo, sono Giovanni. Hai visto Anita? Non è ancora tornata.»
Mi viene freddo quando vedo Giovanni Santa Cruz sull’uscio di casa mia, le parole non so nemmeno come escono, ma escono: «Non l’ho vista, mi spiace.» Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile potrei essere io, il mostro su cui puntare il dito, quello che ha abboccato alle lusinghe di una quindicenne.
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Chiudo la porta e faccio ritorno nella mia stanza. Anita Santa Cruz è sparita e il responsabile sono io; quello sguardo e quelle mani che indugiavano sul mio corpo, quella bocca, la lingua, l’alito alla mela, i capelli e il mare piatto davanti a noi – il fuoco era acceso? Ricatto e colpa, urla e mani – le mie – che si stringono attorno al suo collo, in macchina, nel bagagliaio, sulle strade che salgono fino a Monte di Chiesa, la notte che scende, una sepoltura di fortuna e una doccia che si porta via tutto. Ancora un conato di vomito e di nuovo in bagno, il giallo dei succhi gastrici che scivolano sul bianco del water e le contrazioni dello stomaco mi piegano sui ginocchi. Penso che dovrei guardarmi dall’alto, allontanarmi per vedere la fine. Tutto muore quando è scritto; la parola nasce quando è scritta e muore subito dopo, quando la penna si alza dal foglio. La luce intanto si leva lentamente e nella mia stanza ritrovo i contorni di prima del buio. Dovrei alzarmi, adesso, aprire la finestra così che ancora più luce entri nella stanza segnandone tutti gli spigoli, aprire la porta come sto facendo, piano, andare in cucina e accendere la sigaretta che tengo in mano. È tutto finito mi dico, tutto finito. Dovrei mettere la moca sul fuoco e bere un caffè caldo, magari in giardino, come se non fosse successo niente.

I miei occhi cercano i tuoi biondi raccolti e il viso di bambina che mi vergogno a ricordare; provo profonda vergogna per questa caccia spietata, esco in giardino e mi siedo sotto l’albero, apro il libro, aspetto e ascolto: si mischiano le voci che escono da casa di Donna Monica e fra quelle voci cerco la tua; e il rumore che sento, quando alzo lo sguardo dal mio libro, è quasi neutro: «Ciao Anita.»
«Ciao Decimo, non vieni al mare?»
«Magari più tardi.»
Ciao Anita, mentre danzi nel giardino verso il cancelletto che dà sulla strada. Ciao Anita, mentre distolgo lo sguardo dall’asciugamano legato in vita che cade fino alle caviglie. I tuoi capelli raccolti sono d’estate, e la forcina che togli dalla bocca e chiudi in testa cioccando i capelli l’ho visto fare in colonia a la cercatrice di pidocchi: aspettavo il mio turno come adesso, seduto sotto un albero.

(La donna non fa che demolire ed è incapace di amicizia, fa dire Thomas Bernhard al pittore; Anita Santa Cruz ha quindici anni ed è incapace di amicizia; Anita Santa Cruz ha quindici anni ed è capace di amicizia perché dispensata dall’impiccio donnesco.)

Sconsolato è perfino il giardino che si affaccia sulla strada provinciale, le macchine procedono lente, ferme e poi lente, guardo dentro i finestrini, dietro l’agave, oltre. Ma non ci sei, non torni. Le macchine accendono i fari, che ore sono? Tra il lentisco e gli aghi di pino, da qui, riesco a vedere le cime basse dei Fratelli dell’Est. Si accendono le luci di casa tua, un’ombra che si muove, l’acqua scrosciante per la doccia, posate e piatti suonati per la cena fra poco. Le luci, quell’ombra, sono donna e bambina che ancora combattono fra loro, opera d’arte coi primi segni d’incuria. Le luci, quell’ombra, si aprono sul giardino e tra i rami piegati escono i tuoi vapori. Volto le spalle alle macchine lente che mùsano a est avvicinando alfabeti di bambina attraverso l’assenza di donna, e dirigo fuor del mio recinto giardino questo sguardo obliquo sugli accadimenti, saluto Ludovica sul gradino e cammino lungo la strada che mi separa dalla spiaggia: i confini non sono cambiati, ma quando li potevo toccare e ogni passo era una corsa da scoprire, intorno c’erano colori che non avrei più ritrovato: la prima volta che sono arrivato fin quaggiù davanti ai massi grandi della spiaggia ero piccolo e ascoltavo l’affanno del mio respiro, le scarpe sul terriccio, le onde piagnose che non conoscevano sosta. Ho attraversato l’ultimo confine guardandomi dietro: una macchina abbagliava il mio ingresso, i due massi prima della spiaggia li avevo appena superati.
Le onde, quel mare, suonavano Mozart e le sue note bambine intanto che l’automobile mi riportava verso casa, privato.


Quando studiavo le tecniche di partecipazione

(da questo racconto è stato tratto l’adattamento teatrale Bolero Costretto, scritto con Simone Rossi, Malicuvata 2008)

La signora Muscau indossa un vestito di lino leggero, la borsetta sulla sinistra e sulla destra una busta della spesa. È in attesa dell’ascensore e non si è girata quando ha sentito il portone aprirsi né quando si è chiuso.
Buongiorno, le dico sistemandomi accanto.
Mi guarda, risponde buongiorno e fa subito cadere gli occhi in basso verso destra, poi uno scatto impercettibile del capo in direzione del display coi numeri che indicano i piani attraversati dall’ascensore. È stata una giornata calda, oggi. E umida. Quando si apre la porta dell’ascensore la signora Muscau accenna uno sguardo verso di me ma non dice nulla: si sistema di fronte alla pulsantiera e, appena sono dentro anche io, pigia il tasto numero quattro, il piano dove abitiamo. La mia casa e quella della signora Muscau sono divise da un muro di quelli da trenta e di rado sento dei rumori provenire dal suo appartamento.
La signora Muscau è proprio una bella donna. Ed è sola. Quella casa è troppo grande per lei, potrebbe trasferirsi da me, potremmo vivere insieme, dovrei conoscerla, invitarla per un caffè in Castello, chiederle il numero di telefono o suonare direttamente al suo portoncino: salve signora Muscau, l’odore di broccoli che sente proviene da casa mia spero non le dia fastidio. E poi? La signora Muscau è una donna molto cortese oltre che bella e mi risponderebbe che no, l’odore di broccoli non le arreca alcun fastidio; anzi i broccoli le piacciono molto e le pennette ai broccoli sono il suo piatto preferito. Ma nella mia pentola, a bollire, ci sono soltanto cento grammi di pasta e non sono pennette: ho suonato da lei per chiederle del parmigiano grattugiato. Ah, io non ce lo metto nella pasta coi broccoli il parmigiano grattugiato, confonde i sapori.
Sul divano allungo la testa all’indietro, dal soffitto mi arriva bassa la luce dei faretti laterali, quelli vicino alla finestra. Questi – mi disse l’arredatore – li sistemerei qui, spalle alla luce naturale. È da stamane che osservo il sole per capire la luminosità della sua casa. Sistemandoli a un metro dalla finestra e puntandoli verso la porta d’ingresso potrà accenderli anche durante il giorno per i suoi momenti di relax.
I miei momenti di relax?
Rileggo la lettera dell’incontro:
Gentile dott. Bolero, al fine di promuovere la partecipazione fra i cittadini e il dialogo fra questi e le istituzioni, la invitiamo ad intervenire a Cagliari Partecipa – progetto Amsicora, dedicato esclusivamente al suo quartiere. L’incontro si terrà Sabato 5 marzo alle ore 18h00 presso gli spazi dello Zero Club in Via Calamattia. Si consiglia vivamente di non portare con sé alcun orologio.

Lo Zero Club è avvolto da una luce soffusa che non so da dove provenga. Dentro ci sono già diverse persone. La sala è priva di qualunque arredo ma ci sono i faretti colorati appesi al soffitto, lo strobo e la palla che gira. Le pareti scure sembrano curate dalle spatole di un pittore. Nessuna sedia per sedersi, nessun divanetto. Da una parte all’altra della sala si muovono leggiadre le pattinatrici: indossano mutande e reggiseno accogliendo i cittadini con sorrisi larghi e inchini formali: benvenuto a Cagliari Partecipa, mi dice una di queste. Poi si gira e riprende a pattinare. Io cerco riparo poggiandomi al muro, scivolo, mi guardo la mano coperta da una sostanza scura tipo Nutella; avvicino il naso: è Nutella.
Una pattinatrice mi si fa davanti. Buonasera, dice. Sono Maura, leccatrice ufficiale.
Buonasera Maura. Vorrei darle la mano signorina Maura, ma mi sono appena sozzato di Nutella.
Sono qui apposta, mi dice lei. Mi prende la mano e inizia a leccarmela: lecca le dita una ad una, sento la lingua calda e un fresco leggero quando si toglie il mio dito dalla bocca e lo allontana per verificare che sia completamente pulito. Sorrido.
Come si chiama? Mi chiede Maura.
Grigi Bolero.
Dove abita?
In via Cagna n. 12.
Toglie fuori un taccuino e una penna dalle mutande e ci scrive sopra il mio nome e l’indirizzo.
Ecco fatto signor Bolero. Buon proseguimento!
Grazie, rispondo. E la guardo allontanarsi sui pattini e fermarsi davanti a Gianni Mariotti del primo piano. C’è la moglie con lui, sembra divertita, poi la pattinatrice si mette a leccare le dita del marito. E la signora Mariotti non ride più.

La sala si riempie e come in un copione che non esiste ci dividiamo fra chi si è sporcato con la Nutella e chi no. Condividiamo l’evento, noi che siamo macchiati. Lo annacquiamo nel dialogo, per così dire. Parliamo. E parlano fra di loro pure quelli che non si sono sporcati, che non si sono appoggiati sulle pareti di Nutella. Condividono lo scampato pericolo, loro. Lo esaltano nel dialogo, per così dire. Parlano. C’è un muro tra noi e loro, un muro che separa lo sporco dal pulito, il vinto dal vincitore. La sala si riempie ancora, ed il muro si restringe, diventa fragile, un’idea. Il limes è un contatto spalla contro spalla.
Secondo lei è Nutella?
Buongiorno signora Muscau. Sì, credo sia Nutella.
Ora siamo vicini, non siamo mai stati tanto vicini e dovrei dirglielo: signora Muscau, io e lei non siamo mai stati così vicini. E mi rallegro di questo. Signora Muscau, io e lei non ci frequentiamo abbastanza!
Perché ci hanno radunato tutti qua dentro? Mi chiede la signora Muscau.
È il progetto Amsicora di Cagliari Partecipa. Un progetto del comune rivolto principalmente al nostro quartiere. Si sta divertendo?

Si alzano urla improvvise, insulti e bestemmie. Cade acqua dal soffitto, tantissima acqua, una doccia collettiva. La massa di persone si muove compatta da una parte all’altra della sala, fino a quando l’acqua non scende più e mi ritrovo per terra assieme ad altri cittadini che non so ancora riconoscere. Una mano tesa si allunga verso di me. È la signora che abita al secondo piano. Ha il viso macchiato di mascara e altri colori che prima erano il suo trucco. Sorridiamo. Sorridono tutti.

Si apre una porta d’emergenza nel lato del locale esposto a ovest: entra la luce del tramonto. Mi accodo alla fiumara di persone, obbligato a una direzione: è da quando sono entrato qua dentro che mi sento così: costretto a partecipare.
Gli asciugamani sono finiti, i due scaffali sono vuoti: da una parte quelli con l’asciugamano, che si asciugano, e dall’altra quelli senza, che discutono tutti bagnati attorno alle copie di un libro.
Anche la signora Muscau è senza asciugamano. E con due copie in mano mi dice che possiamo andare a casa sua, io e lei.
Possiamo andare, ripete.
E va bene, andiamo.


Antiguida

Titolo: Antiguida
Autore: Simone Olla
Formato: 13×19
Pagine: 144
Edizione: Malicuvata
Prezzo: 10euro
Copertina: Mattia Piano
Progetto grafico: Mimmo Lanzafame

Uscita: settembre 2018 // edizione limitata
info: simoneolla@gmail.com

 


EURC

Titolo: EURC, o il cinema del disincanto secondo me
Autore: Simone Olla
Formato: 13×19
Pagine: 112
Edizione e impaginazione: Malicuvata
Prezzo: 10euro
Copertina: Mattia Piano
Progetto grafico: Mimmo Lanzafame

Uscita: settembre 2018 // edizione limitata

Info : simoneolla@gmail.com


Il serpente

Recensione di Antonio Boggio

Autore: Luigi Malerba
Titolo: Il serpente
Edizioni: Mondadori, 1998
Pagine: 210

Di alcuni manuali di scrittura ho condiviso una sacrosanta regola: non mentire al lettore. Soprattutto nei gialli, l’autore non dovrebbe dissimulare quelle informazioni utili per la risoluzione del caso.
Il lettore deve confidare nelle parole del narratore: tra i due si stabilisce un rapporto di fiducia che li lega fino all’epilogo. Leggi tutto “Il serpente”