Alfabeto Letterario :: Prologo di Peppe Voltarelli

Casa Lettrice Malicuvata e Zammù
presentano

non finito calabreseNon finito calabrese (Del Vecchio Editore)
reading/concerto di Peppe Voltarelli – introduce Michele Pompei

Giovedì 15 ottobre 2009 h. 20.30
Zammù Vineria Libreria Caffetteria
Via Saragozza 32/a – Bologna

IL LIBRO: Non finito calabrese, esordio nella scrittura del “cantante-autore” Peppe Voltarelli, è il primo volume della nuova collana “Note a Margine” della Del Vecchio Editore, presentata alla fiera del libro di Torino. Venti brevi componimenti, poesia narrata o racconto poetico, una struttura aperta, mutevole, “non finita”, come suggerisce il titolo stesso. Ed è significativo che nel titolo appaia anche la Calabria, che di queste micro-storie è spesso protagonista, nel suo vissuto quotidiano e più autentico. E poi naturalmente c’è la vita dell’artista che, nel caso di Peppe Voltarelli, più che nomade è emigrante, e si porta dietro il suo bagaglio di tradizioni e cultura popolare, e lo spago che lo tiene insieme è la musica.

info
malicuvata.wordpress.com
malicuvata@gmail.com – zammu@tiscali.it


Passaggi di Paolo Mascheri

Fabrizio Bolognesi: I personaggi principali de Il Gregario sembrano attraversati da una certa solitudine di fondo, accompagnata spesso dall’incapacità di essere compresi dal prossimo. Quanto, secondo te, questa condizione psicologica è strettamente legata, in un rapporto di causa ed effetto, con la società del benessere?
Paolo Mascheri: No, non credo che questa solitudine sia connessa alla società del benessere. E per quella che è la mia idea di letteratura non ho grande interesse a scrivere romanzi sulla società e sul paese. Il mio interesse è focalizzato sull’uomo, sulla natura dei rapporti, dei legami, sulla fragilità del corpo umano.

Gianfranco Franchi: Caro Paolo, sono passati tanti anni dal tuo esordio, Poliuretano. Io ho la sensazione che un bel giorno tornerò a leggere tuoi racconti, e credo proprio che si tratterà di un libro formidabile. Posso sperare?
Paolo Mascheri: Caro Gianfranco, lei è molto gentile. Ma sa benissimo come la penso. Pubblicherò qualcosa di nuovo- un romanzo o dei racconti- solo se reputerò il lavoro all’altezza dello standard prefisso, altrimenti potrò benissimo starmene a casa per i prossimi anni. Credo che dopo una pubblicazione ci sia sempre la necessità di tempo per migliorare e studiare e per disintossicarsi dal mondo editoriale.

Gianfranco Franchi:
Caro Paolo, tanti anni fa hai scritto che prima di conoscermi pensavi che io fossi una testa di cazzo. Adesso, sei anni dopo, sei tornato sui tuoi passi? Quanto a me, sai benissimo come la penso.
Paolo Mascheri: Gentile Franchi, sa benissimo che è stata quella famosa perifrasi a lanciare il suo Disorder… Non capisco che senso abbia rivangare ora, per giunta in pubblico, cose dal sottoscritto scritte anni e anni fa!


Alle sett’albe

Autore: Fabio Centamore
Titolo: Alle sett’albe
Edizioni: Tespi editore, Roma 2009
Pagine: 306

copj13 di Antonio Tirelli
Leggere fantascienza è diventato difficile, negli ultimi anni. O meglio, è difficile leggere fantascienza che sia stata pubblicata dopo la fine degli anni ottanta. Dopo essersi distinta, lungo tutto l’arco del Novecento, come letteratura politica, essa è stata progressivamente marginalizzata, sovente essendo liquidata come scrittura di mestiere o intrattenimento.
Parto dunque dal presupposto che il lavoro di Fabio Centamore sia in ogni caso meritorio, dal momento che lo scrittore non ha paura di misurarsi con una materia difficile, più complessa di quanto si possa comunemente ritenere.
Ancor più meritorio se si prende in considerazione il non trascurabile fatto che la letteratura, la narrativa italiana si è confrontata non troppo spesso e sempre timidamente con la science fiction, nonostante l’attenzione che ad essa era tributata da personaggi importanti del panorama editoriale italiano (Fruttero, Lucentini, Sergio Solmi, per fare alcuni nomi).
Centamore è un autore che possiede colpi in canna; ha idee da tenere in considerazione e propone una raccolta di racconti godibili, talvolta leggeri talvolta più impegnativi, scritti con linguaggio scorrevole e non privi di humour. Dimostra di conoscere i maestri del genere e si serve intelligentemente del patrimonio da loro messo a disposizione.
Ed è bello osservare, proprio come è intenzione precipua e tradizione della fantascienza, il suo interesse nei confronti dell’umano e, nello specifico, nei confronti dei limiti con cui l’uomo deve fare i conti nel momento in cui si trova in situazioni di straniamento, situazioni paradossali o comunque impegnative sia da un punto di vista fisico sia soprattutto mentale. I limiti della mente e le conseguenze del loro superamento sono il filo conduttore di queste prove d’autore, i protagonisti delle quali impazziscono, ragionano, si emozionano venendo a contatto con il nuovo, con l’impossibile o l’inverosimile.
Ai racconti manca forse quel quid che connota la grande letteratura di fantascienza, e mi riferisco nella fattispecie proprio a quella carica politica che consentì ad Asimov, Sturgeon, Farmer, Dick di parlare e criticare il presente attraverso la costruzione di mondi possibili. Nella pagine di Alle sett’albe non pare agevole scorgere una simile carica, né si vede, se non a piccoli tratti, la vis polemica che ha animato sia la fantascienza dell’età d’oro (sviluppatasi fin dagli anni trenta ma convenzionalmente definita tale a partire dalla fine degli anni quaranta) sia il cyberpunk (e qui parliamo dei primi anni ottanta). Purtuttavia, non è un obbligo cercare a tutti i costi elementi eversivi o politici nella propria scrittura, per cui l’opera di Centamore potrebbe essere gustata tranquillamente in quanto gradevole narrazione.
Dico “potrebbe”, dal momento che la qualità del suo libro è pregiudicata da alcuni elementi fortemente disturbanti.
In primo luogo: il formato del volume è assimilabile ad un formato tascabile, per cui mi risulta perlomeno sgradevole che il prezzo di copertina sia 20 euro. Davvero troppo.
In secondo luogo: il layout, in generale, non è dei migliori. Rientri e spaziature mi appaiono troppo arzigogolati e rendono talvolta accidentata la lettura.
Infine, la cosa più importante: sono presenti molti errori lungo il testo, e non si tratta di semplici refusi.
Alcuni esempi: la parola eco è un sostantivo femminile, mentre in più punti dei racconti leggo espressioni come “un eco lontanissimo”; l’esclamazione Oh si scrive con la acca, e non come viene scritta nel libro. O non è un’esclamazione, ma una congiunzione avversativa. Discorso analogo per tutte le volte in cui si legge sto e sta in luogo di questo e questa. Scritte come sono scritte, le due parole sono voci del verbo stare. Autore ed editor (o chi per lui) avrebbero dovuto fare attenzione all’uso dell’apostrofo: ‘sto e ‘sta sarebbe risultato corretto.
Ciò detto, e non me ne voglia chi ha curato la pubblicazione del volume, Alle sett’albe è un libro da tenere in considerazione, sebbene sia probabilmente acerbo sotto alcuni aspetti.
Da tenere in considerazione, per chi cerchi autori volenterosi di esprimere idee nuove utilizzando un patrimonio letterario importante e ultimamente messo da parte in malo modo.
E per chi – come chi sta scrivendo queste righe – quel patrimonio lo ha amato e desidera che venga attualizzato attraverso la narrativa contemporanea.


RACCONTI a TEMA per Zammù

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RACCONTI a TEMA per Zammù: direzione obbligata.
sono io a pensare, no; sono io a parlare, no; sono io a decidere, no. obbligati a seguire una direzione con gli occhi bassi sui passi. obbligati financo (d)a una direzione obliqua.

 

 

invia il tuo racconto a: malicuvata@gmail.com
limiti: tra 6000 e 8000 caratteri spazi inclusi
scadenza: giovedì 12 novembre 2009

i migliori racconti saranno letti pubblicamente giovedì 19 novembre allo Zammù di Bologna all’interno della rassegna Dalla A allo Zammù.
la successiva selezione porterà alla pubblicazione di un volume curato da Zammù e Casa Lettrice Malicuvata


Passaggi di Vanni Santoni

Gianluca Liguori: I personaggi de Gli Interessi in comune, alla fine del racconto, escono tutti, in qualche modo, sconfitti. Si adagiano, si adattano, a quello che la vita gli lascia. Percepisco un richiamo evidente a quest’epoca di incertezza sul futuro. Che speranze ci sono, per loro?
Vanni Santoni: Personalmente non la vedo come una uscita troppo negativa, almeno rispetto a cosa la società offre loro. Prendiamo il Paride, quando Iacopo lo ritrova che lavora al bowling pensa “poveraccio” ma in realtà tornare a lavorare nella propria comunità locale una volta era la cosa più normale del mondo. C’è come un’illusione, tipica della contemporaneità, secondo la quale dovremmo finire tutti a fare gli art director a Berlino.
Parlando dei tre personaggi che troviamo in chiusura, Iacopo, Malpa, Dimpe, non mi pare che si possano in alcun modo definire sconfitti, anzi: quel riveder le stelle (in acido, quindi impenitenti e anzi fieri dei propri viaggi) prelude a una serena accettazione dell’età adulta, e sicuramente sono a quel punto attrezzati per affrontarla. Semplicemente, ci sono arrivati più tardi, ma dal loro ghigno viene quasi da pensare che ne sia valsa la pena.
Ci sono gli sconfitti, certo, penso a Mimmo, Sandrone, Loriano… In questi casi non ci sono grosse speranze (nel caso di Loriano nessuna, ovviamente) ma il problema è che speranze (nel senso: speranze di fare qualcosa di diverso da avere un lavoraccio trovarsi una donna e crescere i figli con l’aiuto dei genitori) non ne hanno mai avute dalla nascita, semplicemente si è rotta l’illusione.
C’è infine il Mella. Che fine ha fatto? Vittoria o sconfitta? Tra i lettori che mi hanno scritto c’è chi dice sia morto, chi lo vuole stimato professionista con figli. Di certo ha trasceso la materia letteraria e fa parte del mondo esterno al libro, quello di quel sustrato di leggende che fanno da mito di fondazione al gruppo stesso suo e dei suoi amici.

Gianluca Liguori: Trascorrono dieci anni dal primo all’ultimo viaggio con l’LSD dei protagonisti. Succedono cose, riflessioni, esperienze, si vive. Mi sembra una costante che accompagna l’intero scorrere del romanzo. Qual è il tuo personale rapporto col tempo, con lo scorrere del tempo?
Vanni Santoni: Se parliamo a livello di pura speculazione filosofica, credo che il tempo sia una dimensione come le altre, solo che non abbiamo la stessa libertà di movimento (il mio pensiero lo metto in bocca a Iacopo nel capitolo dedicato alla salvia).
A livello letterario, sì, mi interessano i tempi lunghi, anche nel nuovo romanzo che sto scrivendo i personaggi si muovono in un arco temporale piuttosto vasto. Forse è una reazione rispetto a Personaggi precari, dove ogni personaggio è sempre preso in un instante singolo e cristallizzato. Sicuramente mi interessano molto quei cambi sottili nella personalità e nella visione del mondo che sono più debitori del mero scorrere del tempo che di questo o quell’evento.

Roberta Ragona: Si legge spesso il tuo nome quando si parla di autori che vedono di buon occhio il copyleft; Personaggi precari era stato presentato anche al Copyleft Festival in quel di Arezzo. Come mai invece Gli interessi in comune è uscito sotto copyright?
Vanni Santoni: Ho proposto il copyleft ma l’editore si è opposto. Purtroppo nell’editoria italiana, anche quella più grande e attenta al nuovo, esiste tutt’ora un grosso (e a mio avviso dannoso) pregiudizio nei confronti del copyleft. Il perché è molto semplice: si teme – si è terrorizzati – di vendere meno.
Ora, questo è un assunto del tutto sbagliato, poiché l’oggetto-libro, a differenza del CD, non viene riprodotto semplicemente copiandone il contenuto (altrimenti anche le fotocopie sarebbero una seria minaccia alla narrativa… suvvia!), ma anche dannoso in quanto la possibilità di scaricare gratuitamente un testo ha la medesima esatta funzione dello “sbirciare” in libreria: se poi il libro piace, lo si compra. Per fare un esempio, un recente studio calcolava che l’autore più “piratato” al mondo, Paulo Coelho, aveva venduto circa un milione di copie in più grazie alla circolazione su Internet dei suoi testi fotografati e reimpaginati in pdf. Restando in casa nostra, gli Wu Ming, che hanno potuto “imporre” il copyleft alla Einaudi grazie al loro esordio letterario come parte di Luther Blissett, progetto che includeva tra le proprie “bandiere” quella della libera circolazione del sapere, sono una dimostrazione evidente dell’assurdità di tale paura: i loro libri sono tutti liberamente scaricabili, eppure vendono che è un piacere.
Tutto questo senza neanche entrare nel merito delle possibilità di studio e ricerca che offrirebbero biblioteche del tutto “aperte”.